04/08/2008

Riforma ammortizzatori

eppur si muove....

Riforma degli ammortizzatori sociali.
PORETTI, PERDUCA, BONINO
Il Senato,
premesso che:
per completare la riforma Biagi del mercato del lavoro è necessario «disporre anche in Italia di un nuovo assetto della regolazione e del sistema di incentivi e ammortizzatori, che concorra a realizzare un bilanciamento tra flessibilità e sicurezza»;
è necessario riformare integralmente il sistema delle integrazioni al reddito dei disoccupati con un sistema universale di ammortizzatori sociali che assicuri il lavoratore nel momento in cui passa dallo stato di occupazione a quello di disoccupazione, come è stato ripetutamente ribadito dallo stesso Marco Biagi in numerose pubblicazioni; l'attuale sistema di ammortizzatori, infatti:
è iniquo, perché solo il 28,5 per cento delle persone in cerca di lavoro e solo 22,5 per cento dei disoccupati riceve una integrazione al reddito. In Italia, su cento disoccupati poco meno di un quarto riceve un sussidio mentre tre quarti devono arrangiarsi come possono. Ma anche fra quanti hanno il privilegio di ricevere un sussidio di disoccupazione, si registra un'ulteriore ingiustizia fra chi appartiene alle categorie privilegiate che riceve un sussidio che copre l'80 per cento dell'ultima retribuzione per un periodo che può essere prorogato anche fino a sei anni, mentre la maggioranza, i meno rappresentati, deve accontentarsi per sei mesi del 50 per cento dell'ultimo stipendio e per il settimo mese del 40 per cento;
non compensa la maggiore flessibilità del lavoro con maggiore sicurezza, perché non offre alcuna tutela significativa ai lavoratori non standard, quelli che passano da un'attività all'altra con frequenti periodi di disoccupazione (2,7 milioni). Fra questi vi sono:
2 milioni di dipendenti a tempo determinato che possono beneficiare solo della modesta indennità di disoccupazione per 8 mesi al 60 per cento dello stipendio;
un po' meno di 700.000 co.co.co e co.co.pro, apprendisti e occasionali che sono completamenti esclusi da qualsiasi forma di copertura per i periodi di disoccupazione;
6 milioni di autonomi in gran parte privi di alcuna tutela contro la disoccupazione; tutela il posto di lavoro non i lavoratori, perché costituito in gran parte dalle due casse integrazione - istituti sconosciuti negli altri paesi industrializzati - che prevedono, solo per alcune categorie privilegiate, la conservazione formale del posto di lavoro anche quando la crisi è irreversibile e, in alcuni casi, quando la fabbrica è chiusa e la prosecuzione del sussidio con l'indennità di mobilità, possibilmente fino al pensionamento. La rigidità del mercato e l'uso distorsivo dei sussidi è un ostacolo alla mobilità, emargina definitivamente i lavoratori dal mercato del lavoro e impedisce di assicurare loro le condizioni per trovare più facilmente e velocemente un altro impiego, anche attraverso una migliore qualificazione professionale;
deresponsabilizzante e inefficiente, perché gli ammortizzatori, in alcuni casi troppo generosi per l'entità del sussidio e la sua durata, disincentivano la ricerca del lavoro e favoriscono il lavoro nero, non sono vincolati a misure per il reinserimento lavorativo, all'impegno di ricerca attiva del lavoro da parte del disoccupato (patto di servizio) e di fatto non consentono di sanzionare chi si sottrae a questo impegno non accettando le offerte di lavoro proposte dai servizi pubblici e privati per l'impiego;
è disorganico e basato sull'abuso delle deroghe, perché costituito da un numero eccessivo di misure e di eccezioni per singole categorie, con una stratificazione normativa che produce abusi, diversamente dagli altri paesi europei dove sono previsti al massimo tre livelli: assicurativo, assistenziale e d'inserimento;
è dispendioso a causa del buco nero dell'agricoltura, perché mentre tutti i trattamenti d'integrazione al reddito previsti per il sistema industriale e per i servizi si autofinanziano interamente (prestazioni e coperture figurative) attraverso i contributi di imprese e lavoratori, i diversi sussidi per l'agricoltura producono un saldo passivo di 1,3 miliardi di euro a fronte di contributi pari a 86 milioni, distribuendo a pioggia sussidi a quasi 600 mila lavoratori agricoli su 990 mila (60 per cento);
l'articolo 28 della legge 24 dicembre 2007 n. 247 delega il Governo ad adottare, entro 12 mesi, uno o più decreti legislativi finalizzati a riformare la materia degli ammortizzatori sociali per il riordino degli istituti a sostegno del reddito, nel rispetto dei principi e criteri definiti dalla stessa legge,
impegna il Governo:
ad adottare le opportune iniziative volte ad attuare la delega prevista dalla legge 24 dicembre 2007 per la riforma degli ammortizzatori sociali al fine di creare «uno strumento unico indirizzato al sostegno del reddito e al reinserimento lavorativo dei soggetti disoccupati senza distinzione di qualifica, appartenenza settoriale, dimensione di impresa e tipologia di contratti di lavoro», integrato, sulla base del modello di welfare to work, alle politiche attive del lavoro e a un regime sanzionatorio dei comportamenti elusivi dell'impegno a una ricerca attiva del lavoro da parte del disoccupato.

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Commenti

Il patto di servizio è utile: l'ho provato anch'io iscrivendomi al programma LaborLab che prevede percorsi formativi concordati col tutor, che dovrebbe anche sostenere nella ricerca di un inserimento lavorativo in contemporanea o successivo. Il raggiungimento dell'obiettivo dipende da molti fattori: età, competenze, vincoli, situazione del mercato, disposizioni legislative (se non vi fosse il comma 3 dell'articolo 49 sarei in ufficio a lavorare ...), ed è questo un modo per non lasciare solo chi ha perso il lavoro. E, visto che è giusto allargare a tutti il beneficio dell'indennità di disoccupazione ma questo comporta costi notevoli, è anche giusto prevedere che chi riceve dalla collettività restituisca qualcosa, in termini di servizi da svolgere, ciascuno per come è capace di fare. Io, ad esempio, potrei partecipare a quei congressi noiosissimi dove si ripetono sempre le stesse cose (active ageing e affini ....), dove non vuole andare nessuno, e prendere nota di tutto per relazionare. In genere lì passano il pranzo, o almeno uno spuntino....

Scritto da: precarivirtuosi | 06/08/2008

Insomma, in conclusione, se non intervengono modifiche e se abbiamo capito bene, lavorando in co.co.pro. più di tre mesi e non più di 10 mesi, dovrei prendere per una volta sola il 10% del compenso dell'anno prima. Allora, se il mio contratto in scadenza al 15 marzo non venisse rinnovato non avrei diritto alcuno, mentre se avessi un'altra co.co.pro. a copertura di 15 giorni, potrei avere l'anno dopo la bellezza del 10% di 3.750 euro e cioè 375 euro e ... statti bbuona.

Scritto da: precari virtuosi | 09/12/2008

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